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Ripropongo l'introduzione del prof. Ortalli all'opera di Gianandrea Mencini che ripercorre gli albori del movimento sorto in difesa di Venezia.
Segue un estratto dell'opera che conferma che quel sodalizio è stato uno dei semi della coscienza ambientalista veneziana.

UN PEZZO DI RECENTE STORIA VENEZIANA DA NON DIMENTICARE

di Gherardo Ortalli

Anni e vicende che meritano il ricordo
Occuparsi degli ultimi decenni di vicende veneziane è davvero cosa non semplice. Un incredibile intreccio di problemi e opportunità, di sviluppi e ritardi, di occasioni sprecate e rendite di posizione sembra avvolgere la città in una rete di nebbie che fa velo a chi voglia intendere seriamente e in modo puntuale i caratteri e gli andamenti di quelle vicende. Certo: se ci allontaniamo dai singoli fatti e cerchiamo di cogliere in prospettiva storica le generali linee di tendenza, il disegno si fa preciso, netto, quasi tagliente, segnato da un trend assolutamente costante che vede i sintomi di una crescente, forse ormai irreversibile crisi, facile da percepire da parte di chi viva il problema dall'interno e non resti abbacinato dallo splendore della città tanto da non riuscire più a scorgere "quel che c'è dietro", "c'è sotto". Ma a ben vedere, messa da parte l'ottica del visitatore che passa più o meno rapidamente, magari lamentandosi dei prezzi o delle difficoltà che affronta ma considerando al momento dei rendiconti che la qualità delle cose viste compensa poi ogni ragione di contrarietà, messa da parte - dicevo - questa ottica falsata dallo splendore dell'apparenza, "quel che c'è sotto" si coglie in modo tangibile così come tangibile appare il degrado fisico della struttura urbana quando la marea bassa non consente più all'acqua dei canali di far velo alle rive erose, alle fondamenta sbrecciate, ai fanghi immondi che raccolgono di tutto. È in primo luogo il ritirarsi dei segni della vita quotidiana e di quanto ne garantisce la qualità a rendere tangibile la dimensione dei cambiamenti. E a quei segni ne subentrano altri, prevaricanti, indicatori di un uso della città e della laguna sempre più proiettato ad un loro sfruttamento miope e contingente.

Come ogni affermazione che diventa luogo comune, fa oggi quasi sorridere sentirsi ripetere per l'ennesima volta la storia dell'invasione dei negozi di maschere e di vetri importati da oriente che prendono il posto dei vecchi laboratori artigiani o dei tradizionali punti del commercio quotidiano (dal banale fruttivendolo al casolin, al ferramenta...). Ugualmente, è una lamentazione che rischia di diventare lagna quella per la riduzione o chiusura di servizi essenziali, a partire da quelli ospedalieri. Si persino stanchi di sentire ogni giorno la conta di quanti edifici si trasformano in alberghi e di quante case cessano di ospitare famiglie residenti per diventare bed and breakfast e di quante aree diventino invivibili a causa del loro uso improprio e di quante funzioni e presenze pubbliche e private si ritirino in terraferma cedendo il passo soprattutto a un terziario turistico di basso profilo, per nulla rispettoso di un bene culturale tanto straordinario quanto delicato.Sono questi e cento altri i ritornelli che sentiamo ripetere fino alla noia, ma restano comunque il frutto di una indiscutibile realtà che cambia in modo vorrei dire drammatico, senza che si riesca per il momento a intravvedere un progetto, un'ipotesi reale d'inversione di tendenza. Così il lamento, "la lagna", diventa espressione di stanchezza e sfiducia. E stanca e sfiduciata pare Venezia (o una sua gran parte) dopo gli ultimi decenni di quelle vicende di cui sopra si diceva, insistendo su quanto sia difficile ripercorrerne gli andamenti.

Su queste premesse è senz'altro importante lo sforzo compiuto da Gianandrea Mencini, teso a ricostruire uno dei passaggi nodali della recente storia veneziana, quello apertosi dopo l'alluvione del 1966 con la nascita - nel 1968 - del "Fronte per la salvaguardia di Venezia e della Laguna" e il grande dibattito svoltosi a livello nazionale, sostanzialmente concluso con l'approvazione il 13 aprile 1973 della legge speciale per Venezia (la ormai storica n° 171). Per la verità Mencini, giovane formatosi ad un'ottima scuola di storia contemporanea e attivamente partecipe della vita veneziana, non è nuovo a impegni del genere. Basti richiamare il precedente lavoro "Venezia acqua e fuoco". La politica della salvaguardia dall'alluvione del 1966 al rogo della Fenice, pubblicato nel 1996 dalla casa editrice veneziana Il Cardo, di cui non si può che rimpiangere la chiusura. In quel volume si affrontava in una sintesi scritta con forte partecipazione morale un trentennio davvero decisivo per la storia veneziana e le nuove pagine che ora vengono proposte sono un sicuro approfondimento di una congiuntura non soltanto particolarmente significativa, ma anche meritevole da subito di un impegno di memoria.

In effetti gli eventi che vengono affrontati sono di quelli che nel trascorrere degli anni diventa poi difficile documentare. Ciò vale sempre quando ci si trova a ragionare di movimenti a scarso tasso di istituzionalizzazione, privi di strutture reali, senza quei meccanismi e quegli strumenti di archiviazione dei dati e dei materiali, che diventano indispensabili quando si voglia conoscere e ricostruire ciò che è accaduto. E movimento nel senso più pieno della parola fu, con tutta evidenza, quello del Fronte. Dunque, particolarmente meritevole appare la ricerca di Mencini tra materiali sparsi, interventi difficili da recuperare e cose rimaste fuori dalle sedi deputate alla conservazione del passato. A parte gli atti ufficiali e pubblici (dalle leggi alle documentazioni giudiziarie), senza dubbio la stampa del tempo è risultata preziosa, ma sicuramente non meno lo è stata la memoria di quanti hanno avuto parte nelle vicende (memoria peraltro accolta con tutte le cautele del caso dall'autore, ben cosciente di come il ricordo personale sia sempre influenzato da cento cose oltre che dal trascorrere degli anni). E fondamentale risulta poi quanto di scritti e documentazione di ogni genere è stato conservato dall'architetto Giuseppe Rosa Salva, straordinaria personalità veneziana che sui temi della salvaguardia ha svolto per anni un ruolo di assoluto primo piano.

Non meno delle più appassionate cronache giornalistiche e sicuramente meglio delle relazioni ufficiali o degli atti pubblici, sono i fogli volanti, le lettere aperte, gli appunti, i manifesti davvero in grado di riproporre il clima del tutto particolare che si era venuto creando in Venezia e attorno a Venezia, e si tratta di un clima sorprendente per la vitalità che animava l'ambiente cittadino. Per fare un solo esempio, lascia oggi davvero stupefatti il pensare che i giovani del Fronte con i pescherecci di Pellestrina, San Pietro in Volta e Malamocco fossero allora in grado di bloccare la petroliera "Cortemaggiore" che il 16 dicembre 1969 inaugurava il Canale dei Petroli. Quello capace di spendere tante energie era davvero un altro mondo rispetto allo scenario che sembra doversi cogliere di questi tempi: con la città sempre più vecchia e sempre più stanca, sfiduciata e quasi rassegnata a una trasformazione che - in assenza di veri progetti capaci di garantirne un'effettiva salvaguardia - sta trasformando il sistema veneziano in un contentitore a disposizione di quanti abbiano la forza, il denaro e l'arroganza per comprarselo, venderselo, usarselo come meglio credono. La città in quanto tale traballa. Personalmente l'ultimo vero, energico sussulto di vitalità che mi sentirei di indicare ci riporta al 16 luglio 1989: la domenica successiva al concerto tenuto dai Pink Floyd, quando la città, sentendosi violata, reagì con energia all'immondo spettacolo di rifiuti e sporcizie che si presentava ai suoi occhi.

Molti dissero allora che non tutto il male viene per nuocere. La pessima esperienza subita, mostrando tutta la fragilità del tessuto urbano di Venezia e la sua inadeguatezza a reggere masse fuori scala per le sue dimensioni avrebbe allontanato il rischio che allora incombeva di avere in città l'Expo 2000. Può essere così. Certo è che se nel 1989 per provocare sussulti di vitalità occorrevano colpi di quella violenza, la diagnosi sullo stato di salute del sistema cittadino non poteva essere molto rassicurante. In ogni caso, anche quella reazione è cosa del passato e - per riprendere il filo dei nostri ragionamenti - davvero oggi sorprendono le energie che si espressero a partire dal 1968, raccolte specialmente attorno al "Fronte per la difesa di Venezia e della sua Laguna". Anche per questo va riconosciuto ogni merito a pagine che vogliano ricostruire quel delicato periodo.

Le logiche di un antagonismo, fra "strutture" e "movimento"
Il lavoro di Gianandrea Mencini si presenta come un primo indispensabile passo nella ricerca di cosa quel periodo abbia rappresentato per il dibattito sulla salvaguardia di Venezia. Il tema dovrà essere ripreso e sviluppato, puntando a ulteriori approfondimenti, ma intanto alcuni dati di fondo emergono già con sufficente chiarezza. Così è, in primo luogo, perquanto concerne il carattere del movimento che attorno al Fronte si raccolse. È superfluo ricordare come il 1968 nella storia non soltanto italiana fosse animato da una cultura "movimentista" priva di reali precedenti. Le tradizionali strutture sembravano traballare, prese quasi alla sprovvista da quanto stava accadendo, con risvolti che nel nostro paese si facevano più evidenti per le difficoltà proprie di una realtà segnata da un "senso dello Stato" piuttosto modesto rispetto a quanto capitava altrove. In questa prospettiva anche il Fronte per Venezia pare perfettamente consonante con l'aria che allora si respirava, ma in realtà le sue connotazioni erano assolutamente peculiari.

Se in quegli anni a scaldare gli animi erano soprattutto i grandi princìpi e le attese di forti cambiamenti generali, quando non di modifiche epocali e rivoluzionarie, nel caso lagunare una realtà senz'altro "movimentista", programmaticamente impegnata ad evitare il suo trasformarsi in struttura (e vuole ricordarlo l'appendice di Paolo Rosa Salva), agiva con obiettivi molto precisi e concreti, affrontando temi che s'intrecciavano con la più materiale quotidianità senza nessuna evasione nell'astratto. Ragionare di livelli di marea e modalità di bonifiche, di ricadute di nuovi insediamenti industriali in laguna, di profili delle bocche di porto attraverso le quali il mare da sempre entra in laguna era un modo di procedere che rendeva difficile la classificazione di quel movimento con i parametri correnti, e le pagine di Mencini rendono bene le forti incertezze che si ebbero nel valutare quanto accadeva, risultando difficile un suo inquadramento negli schemi politici, sociali e culturali allora correnti.

Ci si trovava di fronte ad azioni che non parevano indossare nessun abito precostituito, come del resto indirettamente attestano le accuse al Fronte messo sotto tiro sia "da destra" che "da sinistra". L'anomalia era resa ancora più evidente dal tipo di personalità che si spesero col fronte. Per misurare il grado di rottura degli schemi correnti basterà ricordare le alleanze che nel nome della salvaguardia si crearono tra componenti di solito separate da forti barriere culturali e ideologiche. Esemplare rimane la posizione assunta da Indro Montanelli che, nell'imminenza delle elezioni comunali da tenersi in Venezia nel giugno 1970, pur definendosi "anticomunista viscerale" invitava di fatto a votare per il Partito Comunista o per il Partito Repubblicano. E con riferimento al Partito Comunista, andrà certamente approfondito il dibattito interno al mondo della sinistra che portò a prese di posizione difficili, per certi versi drammatiche, nel confronto che faticosamente si aprì fra partiti, sindacati, intellettuali, con l'operaismo di Marghera che, specialmente sul versante sindacale, temeva la messa in discussione della terza zona industriale e dello sviluppo dei tradizionali insediamenti produttivi.

In effetti il Fronte si trovava a proporre una decisa inversione di tendenza rispetto alle linee fino ad allora seguite. La rivendicazione della specificità di Venezia e dell'ambiente lagunare, così come l'attacco alla logica dell'industrializzazione in zona di gronda, in area di fatto ubana, o la denuncia dei rischi di un'incombente monocultura turistica con il richiamo in alternativa ad attività più congeniali al carattere della città presupponevano l'abbandono delle scelte gestionali prevalenti che parevano piuttosto insistere su soluzioni sostanzialmente omogenee rispetto a quanto accadeva fuori Venezia, nelle città "normali". In sostanza, l'alluvione del 1966 sembrava poter avviare un ripensamento generale sul futuro della città e in questo ripensamento il Fronte si muoveva con decisione e con una capacità di mobilitazione forse imprevedibile, comunque sorprendente. A contrastare le posizioni sostenute da quanti allora amministravano la città si trovarono personaggi davvero diversi fra loro come, ad esempio, Giovan Battista Gianquinto, sindaco comunista di Venezia dopo la liberazione, il senatore liberale Augusto Premoli, il repubblicano Bruno Visentini (che sarebbe poi divenuto ministro e presidente della Fondazione Cini), Vittorino Veronese già direttore generale dell'UNESCO, tutti impegnati nel dibattito aperto sul futuro di Venezia con posizioni analoghe, accanto a esponenti della cultura scientifica, del giornalismo, del mondo produttivo e, soprattutto, di larga parte dei cittadini.

Proprio una diffusa e spontanea partecipazione era il connotato oggi sorprendente della congiuntura che si era creata in città. Lo stesso termine "Fronte", per quanto consono al movimentismo del tempo, indica bene il clima di scontro che era cresciuto e le cronache giornalistiche lo segnalano bene. Si tratta del clima tuttora spendidamente attestato da quel librettino - oggi vera rarità bibliografica - uscito nel febbraio 1969 col titolo "Per Venezia", che raccoglieva alcuni articoli di Indro Montanelli pubblicati sul "Corriere della Sera" nel novembre dell'anno precedente. Per l'occasione veniva per così dire "resuscitata" una piccola raffinatissima iniziativa editoriale che aveva fatto capo al "Sodalizio del Libro", un'associazione animata dal critico d'arte Umbro Apollonio. Credo che dal 1962 con quell'insegna non si fosse pubblicato più nulla, ma nella particolare congiuntura l'etichetta ritornava utile. E la trentina di pagine andate allora in stampa rendono davvero bene il clima di scontro che si era creato.

Un passo soltanto, per intenderci: "Presa nel vortice d'interessi tanto più grandi e più forti di lei, Venezia sta morendo. Come tutte le Caporetto italiane anche questa ha i suoi solitari eroi. I crociati di 'Italia Nostra' sono in stato di perpetua mobilitazione. Dal pozzo della sua cultura storica il conte Marcello non si stanca di attingere cifre, date, documenti, ordinanze della vecchia Repubblica e di comunicarli ai responsabili per indurli alla riflessione. L'architetto [Giuseppe] Rosa Salva trascorre, a discapito dei clienti e a vantaggio dei reumatismi, la sua giornata in laguna per studiarne la complicata venatura e aggiornarne per conto proprio il disegno. Il sovrintendente alle Gallerie [Francesco] Valcanover... è tutto il giorno al telefono per mendicare aiuti dall'Unesco e dagli ambasciatori stranieri accreditati a Roma... Il professor [Antonio] Giordani-Soika passa le sue nottate, da sentinella volontaria e senza cinquina, accanto a un mareometro installato coi propri mezzi per dare l'allarme, in caso di pericolo, con le sirene".
Per alcuni dei personaggi fin qui richiamati non saprei dire quale fosse il coinvolgimento effettivo, organico, nelle azioni specifiche del Fronte. Nondimeno vale la pena insistere su come le abili parole del prestigioso giornalista si presentassero come una sorta di bollettino di guerra che può piacere o non piacere nei toni, ma l'accurata capacità retorica di tipo bellicista corrisponde senza ombra di dubbio a un grado di partecipazione intensissimo (che del resto per Montanelli avrebbe avuto riscontro nella fortissima delusione per gli esiti della "battaglia", convincendolo poi caparbiamente e con irritata sofferenza a non occuparsi più di Venezia). Ed era una chiamata che trovava riscontro. Ancora una volta sorprende leggere le cronache di quegli anni che appaiono ormai lontanissimi: quasi una preistoria. In una città in cui oggi sostanzialmente i cinema sopravvivono come attività assistita dall'amministrazione comunale e poche sono le manifestazzioni in grado di riempire una sala, riscopriamo momenti come quel 7 dicembre 1969 in cui duemila veneziani riuscirono ad entrare (e molti ne rimasero fuori) al cinema Rossini, il più grande della città, dove si proiettava il servizio/intervista RAI Montanelli Venezia, commentato dallo stesso giornalista. E possiamo ricordare come il 4 febbraio 1970 in occasione della riunione in Venezia del Comitato interministeriale per la salvaguardia tutti i negozi del "centro storico" (modo improprio per indicare Venezia-città) avessero manifestato restando al buio. E sulle pagine di Gianandrea Mencini si potranno seguire tante altre espressioni di una città che vive e in cui il sangue ancora pulsa, e forse non sarà gratificante il confronto con la città di oggi: esangue ma sempre più piena e tuttavia sempre meno abitata e vivibile.

La durezza del contrasto dalle manifestazioni alle aule dei tribunali
Sarà bene sgombrare subito il campo da false sensazioni. Quanto si veniva agitando e trovava un fulcro essenziale nel Fronte non deve far pensare a un impegno facile e con una strada in discesa verso il successo! Come si potrà leggere, le difficoltà erano enormi, gli alleati di peso disposti a spendersi erano tutto sommato pochi, gli antagonisti non soltanto erano forti: soprattutto, erano "la struttura". In ogni caso, tradizionali compattezze traballavano. Come alleanze impreviste e del tutto trasversali operavano sul versante della salvaguardia, altrettanto trasversali e in parte imprevedibili erano le convergenze sull'opposto versante. Così il problema della difesa dei posti di lavoro e - in specifico - della terza zona industriale e di Marghera, appariva oggettivamente primario per le organizzazioni sindacali e larghe fasce di lavoratori (come del resto è ancora oggi a proposito del futuro dell'industria chimica in area veneziana), i quali - pur riconoscendosi nelle forze politiche di sinistra - potevano dunque trovare più funzionali alcune posizioni sostenute da esponenti della Democrazia Cristiana che espimeva allora il sindaco di Venezia: prima Giovanni Favaretto Fisca e quindi (dall'ottobre 1970) Giorgio Longo. A distanza di tempo la criticità del momento si misura anche nelle divergenze che attraversavano le stesse forze al governo della città. Andando oltre con gli studi in questa prospettiva, si riuscirà a cogliere quanti elementi di novità il dibattito sulla salvaguardia stava portando in assetti politici che prima dell'alluvione del 1966 sembravano solidi se non infrangibili.

A fronte degli allarmi lanciati contro l'escavo del Canale dei Petroli, o contro la creazione della terza zona industriale o gli interramenti di aree della laguna (tutti punti di massima criticità), gli organi istituzionali si mantenevano comunque a lungo sostanzialmente compatti. Un collante particolarmente forte era - com'è naturale - il controllo sui fondi pubblici destinati alla salvaguardia, che l'Ente locale rivendicava a fronte di chi invece denunciava una sua inefficienza e incapacità di spesa e parlava di "amministrazione fallimentare". In effetti per giungere ad una redazione definitiva della già ricordata Legge Speciale nell'aprile del 1973, ne sarebbero occorse ben nove stesure a partire dal marzo 1971. Tutto nel nome delle urgenze imposte dagli eventi del 1966! Ma nel frattempo lo scontro di opinioni aveva raggiunto il livello massimo entrando nelle aule giudiziarie. Sono eventi, pure questi, che fanno parte della vera storia di Venezia e i cui punti fondamentali sono ben sintetizzati da Gianandrea Mencini.

Si tratt di una mitragliata di querele e controquerele che ebbe come esito di allargare ulteriormente l'interesse dell'intero Paese per i problemi di Venezia. Difficile qui riassumere i complessi percorsi giudiziari, e comunque almeno i passaggi fondamentali vanno appuntati. E il primo atto credo fosse la querela per diffamazione contro un ente pubblico presentata l'8 gennaio 1970 dal Consiglio di Amministrazione del "Consorzio obbligatorio per il nuovo ampliamento del porto e della zona industriale di Venezia-Marghera" contro il Fronte, per un aggressivo manifesto (apparso nel periodo natalizio) che metteva fra l'altro sotto accusa il "continuo interramento delle barene per la creazione della III zona industriale" nel tentativo di giungere al fatto compiuto, col rischio di "uccidere definitivamente le barene" senza le quali "la laguna muore". Interessante il tipo di reazione dei "ragazzi del Fronte" i quali, nella logica movimentista, rispondevano alla denuncia con nuove manifestazioni piuttosto che con azioni di avvocato o controquerele. Ma ben presto la stagione degli avvocati giungeva anche per loro.

Il 21 aprile 1970 usciva sul "Corriere della Sera" un duro articolo di Montanelli che, nella stessa data, sottoscriveva con gli esponenti del Fronte un non meno duro manifesto che attaccava frontalmente gli amministratori locali i quali come risposta, oltre al contromanifesto firmato da Favaretto Fisca, Giorgio Falcon, Michele Grandesso e Vito Orcalli, querelavano i trenta firmatari del Fronte e il giornalista Montanelli che provvedevano alla controquerela: si dava così il via al cosiddetto "processo dei manifesti". C'era poi lo scontro fra Italia Nostra e Wladimiro Dorigo, esponente di punta della sinistra democristiana e convinto sostenitore dell'insediamento industriale: aveva accusato l'associazione (fra i sostenitori di un regime vincolistico per la laguna) di manovre speculative non estranee agli interessi industriali (in specifico: la Montedison). L'immediata azione avviata da Italia Nostra, peraltro, rientrava presto dopo le spiegazioni fornite da Dorigo che dichiarava di essere stato equivocato, come annota Mencini.

Nel novembre 1970 si apriva davanti al giudice il dibattito sulle querele e controquerele seguite ai manifesti del Fronte e all'articolo di Montanelli dell'aprile passato. L'azione del Consorzio per l'ampliamento della III zona industriale contro il Fronte si sarebbe chiuso soltanto nel settembre 1973 con l'assoluzione degli imputati perchè il fatto non costituiva reato. Molto più rapido - e clamoroso - era il processo che opponeva Montanelli e il Fronte a quattro "notabili" democristiani: fra i quali Favaretto Fisca e Orcalli che, già segretario regionale della Democrazia Cristiana veneta, era a quel tempo presidente del Consiglio regionale Veneto. Il 16 febbraio del 1971 il dibattimento entrava nel vivo ma non avrebbe tardato il colpo di scena. Il 30 marzo, dopo che Montanelli e il Fronte avevano respinto le proposte d'accordo, Favaretto Fisca e gli altri querelanti recedevano senza condizioni dalla querela, facendo automaticamente, cadere la controquerela della parte avversa. Ma le peregrinazioni nelle aule di giustizia non erano finite. Altre azioni giudiziarie si aprivano!

Stavolta Montanelli era chiamato in causa presso il tribunale di Milano per l'articolo "Delitto a Venezia" apparso sul "Corriere della Sera" il 25 maggio 1971 e per il successivo intervento sulla "Domenica del Corriere" del 22 giugno. Nuovo sindaco e nuovo processo. Stavolta ad essere offesa sarebbe stata "la reputazione della giunta municipale di Venezia" tutta intera e dunque col sindaco Longo erano parte in causa ben undici assessori: democristiani e socialdemocratici, dal momento che i socialisti erano dimissionari e i repubblicani erano passati all'opposizione. Naturalmente il processo (anzi: il "processone") apertosi nel gennaio 1972 faceva enorme scalpore. Sul banco degli imputati finivano anche i direttori del "Corriere" e della "Domenica": Giovanni Spadolini e Guglielmo Zucconi. Ma anche stavolta l'accusa si spegneva. Nel maggio 1973 il sindaco Longo e il prosindaco di Mestre Domenico Bendoricchio, socialdemocratico, ritiravano la querela per diffamazione contro Montanelli che accettava tale remissione.

Credo che avere ripercorso, sia pure in sintesi, le vicende giudiziarie ben più accuratamente descritte da Gianandrea Mencini, valesse la pena perchè (passando dalla cronaca alla valutazione della congiuntura storica) se ne può trarre qualche considerazione generale su quali fossero la capacità di tenuta e gli strumenti utilizzati per la difesa degli equilibri preesistenti. Il ricorso sistematico alla denuncia per diffamazione in realtà diventava un'arma che la "struttura" poteva facilmente usare a fronte del "movimento", e alla fine poco conta che querele e denunce finissero in nulla: la forza dell'istituzione è anche quella di potere reggere quanto vuole questo tipo d'azione. Turbare la fisiologia dell'avversario con la chiamata in giudizio anche quando alla fine non risulta giustificata, buttando sul piatto tutto il peso che l'ente o l'autorità può avere, in fondo non costa troppo. E indipendentemente dal fatto che estremi per un'azione giudiziaria potessero esserci o non esserci, l'effetto intimidatorio della citazione in giudizio è indubbio, anche se nelle vicende di cui ci occupiamo non funzionò affatto.

Cosa rimane, cosa è finito
Qualche valutazione va fatta anche su quale sia stato l'esito delle dure polemiche di quegli anni. Certo: sono valutazioni ancora provvisorie. Gianandrea Mencini apre una strada finora non battuta con impegno pari al suo, almeno nella prospettiva della salvaguardia della città auspicabile che le linee portanti da lui individuate vengano riprese e arricchite, precisate e magari riviste con nuove ricerche che facciono ulteriore luce su tanti punti nodali per la recente storia di Venezia e della stessa cultura del Paese non soltanto nel campo della salvaguardia del patrimonio culturale. A qualche argomento meritevole di sviluppi già si è fatto cenno: anzitutto al dibattito che si aprì all'interno della cultura e delle forze della sinistra; ma importante è in generale misurare meglio come il confronto di posizioni sui problemi affrontati nel 1968-1973 abbia più messo almeno parzialmente in difficoltà schieramenti che potevano altrimenti apparire compatti, e da questo punto di vista saranno materia di speciale interesse i cambiamenti di opinione che che in alcune fasi del dibattito ebbero a verificarsi. Si dovrà anche rimeditare su quanto abbia pesato e pesi nella scelte su Venezia la viscosità delle situazioni esistenti e come queste abbiano favorito (e continuino a farlo) la mancanza di progettualità a cui si è già fatto cenno. Si pensi, come esempio clamoroso, al ruolo che ebbe in quei contesti la conservatrice difesa di Marghera e dell'industrializzazione; fu allora uno dei problemi centrali, ma paradossalmente era destinato a risolversi da solo! Gli oltre 30.000 posti (fra lavoro e indotto) di cui in quegli anni si trattava, oggi risultano drasticamente ridimensionati, ma a reimpostare il problema degli insediamenti industriali e della chimica in area veneziana non è purtroppo intervenuto alcun meditato progetto; è stato piuttosto il mondo che è cambiato a spegnere funzioni decotte o mal localizzate, che nella trasformazione occorreva guidare piuttosto che difendere. E qui la logica della salvaguardia si sposa a quella di un'accorta programmazione di bisogni e risorse.

L'analisi storica dovrà anche valorizzare meglio il ruolo avuto da associazioni culturali come Italia Nostra, che in quegli anni seppe mobilitare forze intellettuali di grande prestigio. E anche all'intellettualità veneziana e veneta si dovrà ripensare, cercando quello che a mio parere poi sarebbe stato il momento del ripiegamento diffuso, anche se non generale, da un impegno forte a una quasi conformistica accettazione dell'esistente nella difesa dei propri ruoli: quali che siano. Oltre al "tradimento dei chierici", si potranno forse prima o poi misurare davvero anche gli interessi finanziari che - per quanto legittimi e prescindendo da casi come quello della cooperativa "Viribus Unitis" e della società "Moranzani", accusata di pesantissime speculazioni - hanno steso su Venezia una sorta di rete tale da imbrigliare energie intellettuali e vere proposte di innovazione, magari inseguendo nel modo più banale le rendite di posizione che la città garantiva e garantisce, senza temere di schiantare la gallina dalle uova d'oro. Qualche testo di rilievo a dire il vero non manca, anche con proposte interpretative di segno assai diverso. Alcune cose sono ben recuperabili dalla bibliografia che lo stesso Mencini cita. Si può aggiungere qualche materiale ricavabile dai saggi raccolti per cura di Silvio Lanaro nel volume einaudiano dedicato nel 1984 a Il Veneto, nella serie della Storia d'Italia. Le regioni; qualcosa si legge anche nei contributi sul Novecento pubblicati, a cura di Mario Isnenghi, nell'ultimo volume della Storia di Venezia uscito nel 2002 per conto dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e della Fondazioni "Cini". Tuttavia davvero poche sono nel complesso le pagine che s'incontrano (o scontrano) con quelle di Gianandrea Mencini, e vorrei ricordare almeno quelle di Franco Mancuso.

In realtà la strada che Mencini batte si distingue per avere messo con grande forza al centro dell'analisi il tema della salvaguardia, sicuramente fondamentale negli ultimi decenni della vita di Venezia. In particolare, oggi più che mai per capire l'accaduto e quanto - d'importanza ancora maggiore - sta accadendo, non può mancare il contributo dello storico, anche se il problema è sempre più di carattere antropologico, tanto che mi sembra indispensabile ricordare un lavoro che ritengo di carattere assolutamente innovativo: quel "Venice, the Tourist Maze: A Cultural Critique of the World's Most Touristed City", pubblicato dalla California University Press nel 2004, frutto della stretta collaborazione tra uno storico come Robert C. Davis e un antropologo che lavora sul campo come Garry R. Marvin. Del resto anche a me è capitato in incontri fra storici e antropologi di parlare di una "Venetian Tribe" ragionando di una "popolazione" ormai da considerare per certi versi alla stregua di una tribù sotto assedio.

Ma a questo punto resta soprattutto da capire che cosa abbia davvero caratterizzato e come si sia conclusa l'esperienza del Fronte per la salvaguardia di Venezia e della Laguna, valutando il tutto col senno di poi (cosa che per chi si occupa di storia quasi doveroso). A me pare, dunque, che le forze e i personaggi che in modo non strutturato, con tutti i limiti del movimentismo, si mossero nella logica riportabile al Fronte, abbiano avuto l'indubbio merito di percepire e sostenere con chiarezza e tempestivit una serie di problemi che si sarebbero rivelati decisivi per gli andamenti futuri. Il superamento della vecchia logica dell'industrializzazione; il pericolo rappresentato da un turismo fuori controllo; l'assurdit del Canale dei Petroli (la cui pericolosit oggi nessuno al mondo pi nega); la necessit di un riequilibrio dell'ambiente lagunare da ricercare attraverso opere leggere, reversibili, poco onerose; il grande problema della residenza (oggi giunto a livelli quasi drammatici con la sistematica espulsione degli abitanti); l'insistenza sulle attivit produttive compatibili con la delicatezza e, insieme, la peculiarit dell'ambiente: questo ed altro ancora venne posto con forza sul tavolo di una discussione che ancora oggi continua.

La seriet delle intuizioni e delle proposte ebbe, del resto, un riconoscimento non da poco in quello che giustamente viene registrato come l'atto conclusivo dell'esperienza del Fronte, ossia la gi ricordata legge speciale dell'aprile 1973 che in buona misura accoglieva le richieste avanzate da quel movimento e da Italia Nostra. Non soltanto era bloccata una volta per tutte la terza zona industriale. Si prevedevano il riequilibrio dell'idraulica lagunare, la riapertura delle valli da pesca all'espansione delle maree, la restituzione dei profili delle bocche di porte alterate da interventi artificiali e susseguenti processi erosivi, l'esclusione del traffico petrolifero dalla laguna ed altro ancora. In sostanza, davvero molto pareva avessero ottenuto gli anni del difficile impegno. L'inevitabile spegnersi di un movimento che fin dall'inizio aveva deciso di mantenersi tale veniva a coincidere con una almeno paziale vittoria. Con questo successo, indubbio anche se probabilmente minore di quanto sperato dal Fronte e da chi si era mosso con lui sulla linea della pi intransigente salvaguardia, si chiudeva un'esperienza che, gi l'ho detto, appare oggi sorprendente per vivacit, per capacit di tenuta e di coinvolgimento, per operante e generosa energia. E tanto pi sorprendente appare, quanto pi Venezia si presenta oggi come citt in crisi, sempre meno vivibile e vissuta, sempre meno compresa anche da chi in giro per il mondo la ama con tutto il cuore, oggetto di un utilizzo lasciato nelle mani di chi ha mezzi e forza per prendersela a proprio uso e consumo.

Una vittoria almeno parziale, dunque, quella del Fronte. E qui finisce la sua storia, ma non quella della citt e della salvaguardia. E allora viene da chiedersi perch quei risultati ottenuti, quelle opere definite per legge dello Stato nel 1973 e ribadite come urgenti nei decreti applicativi del 1975 siano rimaste di fatto lettera morta. Per anni e anni chi si preoccupava per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna ha continuato a chiedere che le autorit pubbliche, a tutti i livelli, onorassero gli impegni pomposamente assunti di fronte al mondo. Ha cercato di pretendere che si facesse finalmente quanto si sapeva e si doveva, invece di stringere la citt tra un mare di chiacchiere e una montagna di studi, oltre tutto con costi finanziari enormi. E si giungeva al paradosso per cui chi chiedeva di ben operare invece di tanto parlare, veniva magari accusato di essere per la conservazione dell'esistente! Ma capire il perch di questo lungo e vergognoso non fare da parte di chi avrebbe dovuto agire un'altra storia.

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(Estratto da " Il Fronte per la difesa di Venezia e della Laguna e le denuncie di Indro Montanelli" di Gianandrea Mencini)

"Entrando pi nello specifico delle esperienze del Fronte, le tematiche proposte dal movimento e le emergenze denunciate puntualmente, dalla costruzione del canale dei petroli e l'imbonimento della laguna alla chiusura delle valli da pesca, dal problema del rilancio economico della citt lagunare alla costruzione della terza zona industriale e del polo chimico, dal problema delle alte maree alla nascita del parco della laguna, sono ancora oggi al centro del dibattito politico e sociale. Al Fronte, e ai suoi fedelissimi sostenitori come Montanelli, spetta il merito di aver anticipato e, spesso inutilmente, annunciato, in un clima politico e culturale diverso da quello di oggi, la pericolosit dello sviluppo degli insediamenti industriali lungo la gronda lagunare.

Altro aspetto caratterizzante del movimento fu lo stretto legame dello stesso con alcune forze politiche, in primis con il Partito Repubblicano veneziano. Molti uomini politici che hanno militato nello storico partito dell'edera avevano legami con il Fronte e, spesso, il partito repubblicano si faceva portavoce, a livello istituzionale, delle istanze provenienti dal movimento. Sostanzialmente un variegato mondo politico che coinvolgeva oltre ai repubblicani, anche la sinistra parlamentare e i missini, riteneva che i problemi lagunari, all'indomani dell'alluvione del 1966, fossero un fenomeno "interno” alla laguna e quindi rimettevano in discussione tutti i progetti di intervento che comportavano evidenti modifiche alla morfologia lagunare. Di contro il partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, che considerava l'alluvione come un fenomeno "extra-lagunare” dovuto a particolari condizioni meteorologiche e comunque estraneo alle avvenute modifiche e imbonimenti all'interno della laguna ai fini dello sviluppo industriale a Porto Marghera. Fra i più accesi sostenitori dell'insediamento industriale in laguna, l'esponente della sinistra democristiana Wladimiro Dorigo che, paradossalmente, spesso trovava alleati nel sindacato e nella sinistra extraparlamentare che non disdiceva duri attacchi a coloro che si opponevano allo sviluppo industriale lungo la gronda lagunare. D'altronde è opportuno ricordare che Aurelio Peccei, economista che aveva partecipato alla Resistenza nei gruppi di "Giustizia e Libertà” , aveva negli anni '60 dato vita al Club di Roma, un'associazione di scienziati ed economisti, con lo scopo di orientare l'opinione pubblica sulle grandi scelte per il futuro. Nel 1972 il Club aveva presentato il suo primo Rapporto, uno studio realizzato da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit), dal titolo "I limiti della crescita”. I ricercatori individuavano nell'incremento della popolazione, nel rischio di esaurimento delle risorse naturali e nell'inquinamento, le minacce per il pianeta. Pertanto bisognava porre dei limiti alla crescita economica, scegliere l'opzione della "crescita zero”. La pubblicazione del Rapporto ebbe un grande impatto nell'opinione pubblica ma fu oggetto anche di pesanti critiche proprio da una parte della sinistra dove l'ipotesi della crescita zero veniva liquidata come il tentativo di cristallizzare le disuguaglianze sociali ed economiche tra Paesi ricchi e Paesi poveri, di condannare alla miseria a vita miliardi di uomini e donne, mentre si sosteneva che le vere cause dei problemi ambientali erano da ricercare nel "saccheggio” delle risorse naturali del pianeta operato dalle grandi multinazionali .

Questo clima di contrapposizione aveva portato un uomo di destra come Montanelli a lanciare, come abbiamo visto in precedenza, un appello elettorale sulle pagine del Corriere della Sera a favore del PRI o del PCI. Come è stato spesso fatto notare, Montanelli nella sua vita mai si spinse così a sinistra come nella vicenda veneziana. E' altrettanto evidente che molte di queste divisioni sul futuro industriale di Porto Marghera e sugli interventi nella laguna di Venezia sono quanto mai attuali e suscitano ancora oggi evidenti fratture nel mondo politico e all'interno della stessa sinistra.

Altro aspetto interessante da valutare è I>La legge speciale del 1973 rappresenta sostanzialmente la tappa finale per il movimento del Fronte. Il testo di legge, malgrado le numerose polemiche che aveva suscitato, rappresentava un passo avanti per la tutela di Venezia e delle sue ricchezze storico-ambientali. Molte delle richieste avanzate per anni dal Fronte, da Montanelli, da molti cittadini veneziani, trovavano riscontro nel testo legislativo che il parlamento aveva emanato. L'approvazione della legge speciale sancisce la fine dell'esperienza del Fronte ma non per molti militanti e simpatizzanti del movimento. Se una parte degli attivisti scelse il ritorno alla vita privata, molti altri continuarono le loro attivit in altre organizzazioni politiche o associative.

L'associazione Italia Nostra divenne presto la nuova sede per molti attivisti prima militanti nel Fronte. All'interno di questa storica associazione culturale dai forti interessi ecologisti troveranno spazio molte delle idee e delle proposte care al Fronte. Idee che ancora oggi agitano le assemblee dell'associazione. L'associazione nazionale, ma anche la sezione veneziana, era composta da personalit accomunate da caratteristiche che ne delineavano un'lite sociale e culturale. Esse provenivano infatti da famiglie aristocratiche o dalla colta borghesia benestante antifascista che si lasciava alle spalle esperienze politiche vissute soprattutto nel Partito d'Azione. Presumibilmente questo era un motivo per cui l'azione dell'associazione anche a Venezia si basava su una strategia di lobby democratica. L'interesse degli organi di informazione e dell'opinione pubblica in genere sui problemi della salvaguardia dell'ambiente veniva pertanto suscitato dal prestigio dei membri dell'associazione, che potevano contare su importanti contatti personali, piuttosto che su mobilitazioni e azioni di "movimento". Pertanto l'associazione era soggetta ad accuse di rappresentare "ostacolo al progresso" e bollata come "congrega di contesse", espressioni che avevano creato dei dubbi anche in quei militanti del Fronte che, dopo la fine della loro esperienza, scelsero di non proseguire le loro lotte all'interno di Italia Nostra.

Non pochi sceglieranno la carriera politica con alterne fortune. Alcuni diventeranno militanti del Partito Repubblicano come lo abbiamo pi volte ricordato, altri legheranno le loro attivit ai nascenti movimenti ecologisti, altri ancora sceglieranno movimenti civici di estrazione autonomista.

Le liste verdi, negli anni '80, hanno sicuramente ereditato molto dalle posizioni del Fronte riguardo i principali problemi di Venezia e della sua laguna. Alcuni suoi soci fondatori, come Giuseppe Rosa Salva, si sono seduti in Consiglio Comunale di Venezia eletti nelle file dei verdi. Molti dei protagonisti hanno infatti ritenuto indispensabile il passaggio istituzionale nelle liste verdi, quasi come scorciatoia per rendere ancora pi efficace l'azione ambientalista nella realt veneziana. Ma l'associazionismo e il movimento di base ecologista hanno avuto la capacit di influenzare la societ veneziana in misura maggiore di quanto rappresentato dal fenomeno politico ed elettorale dei verdi. Hanno delineato infatti la prima esperienza associativa con tratti di sostanziale autonomia dagli schieramenti politici rappresentando un elemento di modernizzazione indispensabile per la vita civile cittadina.

Interessante appare anche il legame fra una parte del movimento e le istanze autonomiste-federaliste. Gi i verdi veneziani, ma direi il movimento ecologista nel nord-est, fin dalla loro nascita avevano mantenuto nel proprio programma politico una attenzione verso le problematiche del federalismo. Il Fronte spesso si era pronunciato contro la "centralizzazione decisionale" di Roma sui problemi della salvaguardia della citt e si era espresso, con l'appoggio dello stesso Montanelli, per una autonomia comunale di Venezia da Mestre. Posizione che ancora oggi, malgrado le recenti nette sconfitte referendarie del movimento separatista Venezia-Mestre, maggioritaria all'interno di Italia Nostra. Franco Rocchetta, tra i principali attivisti del Fronte, sar uno dei fondatori del movimento politico della Liga Veneta, poi Lega Nord-Liga Veneta, portando l'istanza pi spinta del federalismo-autonomismo nelle istituzioni.

In conclusione, rimane evidente che l'esperienza del Fronte e dei suoi diversi sostenitori, rimasta una bagaglio fondamentale per coloro che, nei tempi successivi, hanno continuato a maturare varie esperienze politiche all'interno delle istituzioni. Un bagaglio fondamentale anche per Indro Montanelli, che ha sempre ricordato con un po' di nostalgia questi periodi di forte "militanza" culturale accanto al Fronte. All'indomani di questa esperienza, Montanelli, fino alla sua morte, tornato raramente a parlare nei suoi articoli del problema di Venezia e di Porto Marghera."

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